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LA NOSTRA STORIA – Tanti auguri all’ex biancoceleste Renato Miele



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Che sia sempre stato un attivista nessuno lo ha mai messo in dubbio. Oggi Renato Miele vanta un curriculum di tutto rispetto e di alto profilo. Ex difensore della Lazio. Avvocato e fondatore del Centro di allenamento per Calciatori professionisti senza contratto per conto dell’Associazione Italiana Calciatori e con il patrocinio della FIGC.

Renato Miele nasce il 25 ottobre 1957 a Roma. Cresce nelle giovanili biancocelesti, dove nella stagione 1976/77 vince il Campionato Beretti. Gioca poi con Brindisi, Pisa, Spal e Catania, prima di tornare nel 1982/83 alla Lazio, dove disputa due stagioni. Nel 1984/85 resta inattivo e la stagione seguente viene ceduto alla Triestina. Oltre a fare gli auguri all’ex giocatore biancoceleste riproponiamo una sua bella e interessante intervista rilasciata al Corriere dello Sport.

Si inizia dagli anni ’80, gli anni dei calciatori della Lazio romani: “Era l’anno della B, c’erano otto romani tra i titolari. Io, D’Amico, Giordano, Manfredonia, Marini, Orsi, Perrone e Saltarelli. In noi c’era la voglia di fare bella figura davanti ai concittadini, c’era il senso di appartenenza”.

Ama il calcio pulito Miele, per il quale ha sempre combattuto. Come in occasione di Calciopoli, nel quale si è costituito parte civile per conto di Arcadio Spinozzi, ex compagno nella Lazio: “Abbiamo cercato di tirare fuori tutte le malefatte del calcio per dare un contributo di miglioramento. Oggi stanno uscendo le stesse cose denunciate dieci anni fa”.

Nipote di un magistrato, avvocato e figlio di avvocato, l’ex giocatore ha fatto dell’onore una ragione di vita: “Mi sono laureato in giurisprudenza mentre giocavo in A. Guardo la Lazio con simpatia. Purtroppo conoscendo cosa c’è dietro le quinte non posso essere un tifoso di calcio appassionato. Ho gli occhi deformati dalla conoscenza dei fatti”.

Il ricordo della Lazio romana: “Era il classico spogliatoio dei romani, tutti burloni. Si scherzava anche a pochi minuti dalla partita. Giordano, D’Amico e Orsi erano dei giocherelloni. A Pistoia, una volta, prendemmo le macchine dei tifosi per andare a comprare le giacche di pelle, più volte mi sono ritrovato la giacca della divisa scucita. In campo c’era voglia di divertirsi, ma poi si giocava seriamente”.

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