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PARTE 1 – Peruzzi si racconta: “Lazio una grande famiglia. Sorpreso da…”



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La prima parte dell’intervista ad Angelo Peruzzi rilasciata a Lazio Style Radio:

Che uomo è Angelo Peruzzi?

Una persona tranquilla, un uomo fortunato perché ha fatto nella vita quello che gli piaceva fare. Ho giocato a calcio e ho una bellissima famiglia.

Che ricordi hai dell’esperienza di Verona?

Ero un ragazzino, avevo 18 anni. È stata una bellissima esperienza. L’anno dopo è stato molto travagliato perché c’è stata la squalifica. Poi nella sfortuna ho avuto la fortuna di andare alla Juventus, una delle squadre più forti d’Italia.

Uno dei pochi ad aver vinto tutto quello che c’era da vincere, Mondiale compreso…

Non ho mai giocato la Coppa delle Coppe, però sia con il club che con la Nazionale mi sono tolto delle belle soddisfazioni.

Nella tua ultima partita, contro il Parma, hai ringraziato tutti per averti sopportato. Cosa intendevi?

Quando stai tanti anni in una squadra alle volte fai bene, altre volte fai male. È come in una famiglia, ti devi sopportare a vicenda. Alcune volte stai bene, altre volte ci litighi, altre volte ti sopporti. Ci devono essere tutti questi ingredienti. Dopo sette anni non puoi dire che è andato sempre tutto bene, sarei ipocrita. Penso di aver dato tanto alla Lazio, così come ho ricevuto.

Qual è stato il tuo primo pensiero una volta che hai smesso di giocare? Ora cosa faccio?

No, quello no. Quando ho deciso di smettere non è stata una cosa arrivata dall’oggi al domani, ci ho pensato per tutta la stagione. Avevo diversi problemi fisici e quando uno va al campo di allenamento e vorrebbe allenarsi per bene e sa che non lo può fare perché ha questo o quel problema allora è giusto smettere. Non ho rimorsi o rimpianti, però pensavo che specialmente il primo anno mi sarei dato alla pazza gioia. Sarei stato più con la famiglia dopo 20 anni che giocavo a calcio. Avrei vissuto al mio paese tranquillamente e dopo due anni avrei visto quello che succedeva.

Tante partite in carriera. C’è un episodio che ricordi con maggior piacere?

Ce ne sono tanti. È normale che quando raggiungi determinati obiettivi ti rimangono più le vittorie, però penso che non ci sia solo la partita. Sicuramente è bello vincere la Champions perché dà corpo a tutti i sacrifici che hai fatto, ma per chi ama giocare a pallone è bello anche vincere una ‘partitina’. Magari una tirata, anche tra compagni, te la ricordi anche dopo anni. Mentre una di campionato dopo un po’ può darsi che te la dimentichi.

Sei stato compagno sia del ds Igli Tare e del tecnico Simone Inzaghi. Cosa si prova a vederli in altre vesti?

Non ce li facevo. È logico che uno quando gioca non sta a pensare a queste cose, me li sono ritrovati qui e stanno facendo benissimo.

LEGGI LA SECONDA PARTE DELL’INTERVISTA

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