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PARTE 2 – Peruzzi: “Vi spiego come si vive il derby a Roma”



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La seconda parte dell’intervista rilasciata da Angelo Peruzzi a Lazio Style Radio

I tifosi ti ritengono un’icona del calcio. Senti questo peso?

Molti tifosi hanno più militanza di me nell’ambiente Lazio. A me fa piacere che i tifosi abbiano me come icona, è logico che sono contentissimo. Quando sono arrivato qua, la prima cosa che ho detto, anche a chi ci lavorava, secondo me una squadra di Serie A è come una macchina di Formula 1: le varie parti sono i giocatori, il volante è l’allenatore e i più piccoli componenti sono i dirigenti, i magazzinieri e tutti gli altri. E se anche una vite non è stretta bene, la macchina non va. Così deve essere la Lazio, dobbiamo essere un gruppo, altrimenti la macchina non va.

Come viene vissuto il derby a Roma?

È logico che viene vissuto in modo differente rispetto alle altre città. I problemi sono sempre gli stessi. Come animosità e partecipazione quello di Roma è il più importante. Ma anche quello di Milano è molto importante. Il derby di Torino è quello un po’ più tranquillo, si riusciva a gestire bene.

Com’è essere club manager?

È un lavoro totalmente nuovo, che non ho mai fatto. Dove ho incontrato delle difficoltà, voglio fare bene. Cerco di dare tutto me stesso per cercare di dare quel qualcosa in più alla società.

Qual è il tuo ruolo esattamente?

Non mi interessa della nomina. La prima volta che ho incontrato i giocatori gli ho detto che qualsiasi problematica che avevano, di qualunque natura, me la venissero a dire e io avrei fatto di tutto per risolverla. Ho fatto anche l’allenatore, ma secondo me non era il mio ruolo. A fine carriera mi ha chiamato Lippi e mi ha chiesto di fargli da secondo. Allora sono andato a Coverciano per tre/quattro settimane e prendere il patentino di terza.

Capitolo portieri: sono i più matti di tutti, i più estrosi?

Non penso assolutamente che sia così. Io da piccolo avevo come idolo Dino Zoff e tutti mi dicevano che non si tuffava mai. Pensa quanto è intelligente, rispondevo io. Fa a meno di tuffarsi, è più bravo di tutti. Per un portiere fare la parata più facile possibile è la cosa migliore che puoi fare.

Qual è la cosa più pazza che hai visto fare nel mondo del calcio?

Una delle cose stranissime è stata Massimo Oddo che ha tagliato i capelli a Camoranesi dopo la finale dei Mondiali. Simpatico ma non te lo aspetti dopo una partita del genere. E sempre in quella sera la testata di Zidane a Materazzi. Con la Juventus Zizuo aveva fatto una cosa simile in Champions League però non era arrivato a tanto.

Com’è stato lavorare con Grigioni, il preparatore dei portieri?

Innanzitutto è una persona seria, che sa fare il suo lavoro e ci mette una passione incredibile. È questa la sua forza: sia che allena un ragazzino che un portiere di Serie A per lui è la stessa cosa.

C’è un’anima viterbese in questa squadra? Ci sono Farris e Lombardi, poi Rossi in Primavera…

Sì, fino adesso c’era solo Bonucci in Serie A. Fa piacere perché sono sempre stato legatissimo alla mia terra. Vedere che molte persone siano in questo ambiente.

A livello generale, tu affronti le partite nello stesso modo?

Da calciatore vivevo le partite molto serenamente, anche perché giocandole riuscivo a gestire la tensione. Adesso che sono dirigente della Lazio le vivo molto, faccio fatica a stare fermo. Sono molto nervoso. Essendo dirigente non puoi dare quello che vorresti, cerchi di dare una mano alla squadra anche se non sul momento non puoi fare niente.

Ti senti un po’ il ‘Normal One’?

Sicuramente, anche perché io non c’entro niente con Mourinho. Tanti anni fa, quando ero alla Juventus, una sera parlavo con Marocchi e Vialli. Io e Giancarlo prendevamo in giro Vialli, che era la superstar all’epoca, e gli dicevamo che lui faceva tutte le cose per avere il titolone sul giornale, mentre a noi non ce ne fregava niente. Forse questo è un bene. Io dicevo a Gianluca: “Più si fa una vita normale e più si ottiene quello che si vuole ottenere”. È logico che la popolarità ti porta a essere qualcosa che non vorresti essere.

LEGGI LA PRIMA PARTE DELL’INTERVISTA

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