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TEMPI BELLI – L’affaire Marchetti



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Occhi sgranati, zazzera bionda spettinata, espressione costantemente basita. Se si pensa all’imperturbabilità di totem come Zoff e Shilton nel ruolo, non è sicuramente Federico Marchetti il simbolo del buon portiere.

Eppure col numero uno di Bassano del Grappa nel abbiamo passate tante, alcune anche molto felici. A partire dal 26 maggio, concentrando uno sforzo di assoluta volontà, ricacciando oltre la linea quella palla che, dopo aver scheggiato la traversa, avrebbe cancellato il gol di Lulic ora consegnato alla città, alla storia. Guarda tu a volte il destino: di quella squadra, assieme al bosniaco e a Radu, non è rimasto molto: eppure come tutti coloro che hanno portato qualcosa di tangibile alla bacheca della Lazio, anche Marchetti sembra risentire di una sorte di maledizione.

La simpatia non difetta al ragazzo, proprio in virtù delle sue stranezze: una sorta di cartone animato che sa prendersi le sue rivincite quando nessuno crede più in lui, ma anche capace di cadute sistematiche che neanche Paperino,  come quando in Nazionale ha sempre pagato errori estemporanei ma fatali, o una condizione pessima di una squadra che pure si presentava all’appuntamento coi galloni di Campione del Mondo in carica.

Eh sì, perché la zazzera bionda di Marchetti, improbabile quanto volete, è stata titolare in un Mondiale esattamente come le acconciature ministeriali di Zoff e Albertosi, come lo sguardo magnetico di Zenga o l’ineguagliabile carisma di Buffon. Ma lo è stata nel peggiore rassegna iridata degli ultimi 50 anni, considerando che nel 1974 e nel 2014 l’Italia aveva almeno vinto una partita. Questione di tempismo, come quello che dopo il 26 maggio lo ha visto preda di un anno di “febbri” e strani malesseri che gli avevano quasi fatto subire il sorpasso da Berisha. Le papere madornali contro il Ludogorets e il Parma fecero calare anticipatamente il sipario su una stagione poi risorta dalle ceneri come tutta quella della banda Pioli.

Già, Berisha: forse l'”affaire Marchetti” è tutto qua, su promesse mai davvero mantenute e una società che a furia di rinnegare il suo numero uno designato, forse ha fatto vacillare le certezze che tenevano fermi sul pallone quegli occhi sgranati. Solo Simone Inzaghi, da molti già additato come poco autorevole, ha avuto in realtà il coraggio di dire con fermezza che Marchetti e nessun altro è il titolare della porta laziale. E come non era successo ai Mondiali del 2010 e nell’eliminazione europea contro i bulgari, a Bergamo la squadra ha preso per mano Marchetti cancellando gli incubi degli errori individuali. Speriamo che la fiducia del tecnico basti: tramare alle spalle del calciatore che ricopre il ruolo più delicato nel gioco del calcio non è mai una buona idea e farebbe sgranare gli occhi anche a noi.

Fabio Belli

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