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Malagò, Montezemolo e Roma 2024



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Proseguono le grandi manovre per la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Promotori dell’iniziativa Giovanni Malagò e Luca Cordero di Montezemolo, legati tra loro da amicizia di lunga data. I due, infatti, sono legati da una amicizia nata sotto la tutela benevola di quello che un tempo era l’uomo più potente d’Italia, ovvero l’Avvocato Agnelli. Amici intimi di Lupo Rattazzi, figlio della sorella dell’Avvocato Susanna Agnelli, Montezemolo e Malagò sin da giovani hanno avuto contatti diretti con il numero uno della Fiat. Tanto che in un recente articolo l’Huffington Post ha rivelato come Malagò, figlio di Vincenzo, per anni numero uno dei concessionari di auto Ferrari e Bmw in Italia, “ricevesse sin da ragazzo telefonate da Gianni Agnelli. Che fossero le sette, le sei o anche prima, Malagò si faceva trovare sempre pronto con le ultime notizie da Roma, un po’ di politica di riporto, circoli, salotti, belle donne. Perché l’Avvocato ti inseriva, ma era esigente e la sua curiosità illimitata”.

Nel corso degli anni le loro carriere imprenditoriali si sono separate: Malagò affiancò il padre nella vendita di auto e divenne dirigente sportivo nell’ambito del Circolo canottieri Aniene di Roma, dell’organizzazione degli Internazionali di tennis al Foro Italico e dei Mondiali di Nuoto 2009, prima di diventare il presidente del Coni nel 2013; Montezemolo invece legò il suo nome al campo automobilistico e alla Formula 1: dirigente Ferrari sin dagli anni ’70, ebbe un ruolo cruciale nella rinascita della scuderia quando rentrò a lavorare per il Cavallino negli anni ’90. Sotto la sua guida la casa automobilistica emiliana tornò a vincere il Mondiale di Formula 1 e, soprattutto negli ultimi anni, ha registrato grandissimi risultati finanziari. Nel 2003, quando morirono Gianni e Umberto Agnelli il suo ruolo cambiò e divenne il presidente della Fiat, ruolo che perse nel 2014 a causa della crescita di John Elkann e dei dissidi con Sergio  Marchionne, ma a fronte di una liquidazione di 27 milioni di euro. Da maggio 2004 a marzo del 2008 è stato presidente di Confindustria. Fondatore e socio di Ntv (Nuovo Trasporti Viaggiatori), la compagnia ferroviaria del treno Italo, e dall’ottobre 2012, vicepresidente di Unicredit. Da novembre 2014 è presidente di Alitalia Sai e da febbraio 2015 è presidente del comitato promotore dei Giochi Olimpici di Roma 2024. Inoltre è presidente del Consiglio di Amministrazione di Telethon.

Ma, nonostante la grande preparazione di Malagò e Montezemolo, non tutte le ciambelle riescono con il buco. Il primo venne nominato al vertice del comitato per i Mondiali di nuoto del 2009. Nessuna conseguenza giudiziaria per il capo del Coni, assolto dalle accuse di abusi edilizi, ma quei Mondiali sono un emblema di inefficienze, malaffare e sprechi. A Tor Vergata, nella periferia romana, è ancora visibile lo scheletro del palazzetto con le vele a pinna di squalo disegnato da Santiago Calatrava, un architetto spagnolo; poi c’è il complesso di Valco San Paolo, una struttura costruita e mai utilizzata, pagata 13 milioni di euro; e poi Ostia, il litorale romano, dove l’espediente per persuadere gli elettori fu l’interesse dei cittadini ma in seguito il polo natatorio (del costo di 26 milioni di euro), venne affidato alla Federnuoto, per cui può essere usato soltanto dagli atleti. Roma ’09 comportò 9 milioni di rosso nel bilancio, piscine sequestrate, enormi pasticci e ritardi. Malagò ripudia gli scandali e ne rivendica il successo sportivo ricordando che il progetto di Tor Vergata fu un’idea di Walter Veltroni (poi gare traslocate al Foro Italico per 45 milioni di euro) e la gestione di Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi. Oltre a una piscina edificata sul terreno pubblico con soldi privati e in concessione al suo Circolo Aniene, Malagò ancora usufruisce dei benefici politici di Roma ’09. Così è riuscito ad aumentare il consenso – anche per merito di Gianni Letta – per scalare il Coni.

Montezemolo dal canto suo non è da meno, come quando venne nominato direttore generale del comitato organizzatore dei Mondiali di calcio di Italia ’90, mondiale che non brillò per la sua organizzazione e che verrà ricordato da vari organi di stampa come un grande flop finanziario storico. Tempo fa infatti, il Giornale.it, ha ricordato come “nel bilancio di previsione 2011 di Palazzo Chigi rientravano ancora fondi stanziati per pagare i mutui dei Mondiali organizzati  nel 1990. In particolare, c’era un capitolo sui mutui accesi con la legge 65 del 1987, quella che diede il via alla costruzione degli stadi per Italia ’90: 55 milioni di euro. L’anno prima erano 60 quelli messi in bilancio. In totale, per gli stadi lo Stato spese 1.248 miliardi di lire, molto di più, ovviamente , di quanto preventivato all’inizio: l’incremento dei costi rispetto al preventivo è stato calcolato nell‘84%. L’esempio più notevole dello spreco di denaro pubblico legato ai Mondiali di calcio del 1990 è lo Stadio Delle Alpi di Torino: 69.041 posti a sedere, tre anelli e una pista di atletica. Vi si giocarono solo cinque partite dei Mondiali, compresa la semifinale Germania-Inghilterra. Nel 2008 partì la demolizione dell’impianto e su quel terreno oggi vi è il nuovo stadio di proprietà della Juventus (41mila posti, senza pista di atletica). Si calcola che per il Delle Alpi si spesero circa 226 miliardi di lire, tra impianto e opere connesse. Lo spreco di denaro pubblico però non ha riguardato solo gli stadi ma anche l’enorme albergo a Ponte Lambro, Milano, iniziato e mai terminato, oppure la stazione ferroviaria romana di Farneto, utilizzata solo quattro giorni nonostante i 15 miliardi di lire spesi. Opere ormai incompiute”.

E ora i due assieme ci riprovano con la candidatura di Roma 2024… ai posteri l’ardua sentenza.

 

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