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Candreva, da un derby all’altro per una nuova rinascita del (non) Capitano?



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Così come c’era un uomo chiamato cavallo, una volta c’era un laziale chiamato romanista. Per dirlo alla maniera degli Offlaga Disco Pax, se uno ci pensa oggi, non ci può credere. Visto che il personaggio in questione altri non è che Antonio Candreva da Tor de’ Cenci: uno di quei personaggi che oggi come oggi, se lo critichi, molti tifosi (e soprattutto tifose) sono pronti a mangiarti vivo con contorno a scelta, poco male che l’OMS sconsigli certi tipi di carne.

Il cannibalismo pro-Candreva è solo una forma estrema di idolatria per un giocatore che, a ragione, si è guadagnato un credito molto importante nella tifoseria biancoceleste. Ogni Maledetta Domenica ha scalato le pareti del suo inferno personale un centimetro alla volta: partendo dai fischi all’esordio, in un Lazio-Milan sottozero, fino al primo gol contro il Napoli e una corsa liberatoria sotto la Nord.

Dichiarazioni di una passione romanista vissuta in gioventù consegnate ai registri, ma seppellite dalla capacità di dare tutto per la maglia biancoceleste. Dopo il “perdono” contro il Napoli, pochi mesi dopo ecco la consacrazione contro la Roma, proprio la Roma, in uno dei derby più dolci degli ultimi anni in casa Lazio. Punizione-bomba che piega le mani al povero Goicoechea, che poi contro il Cagliari dimostrerà definitivamente di che pasta(frolla) era fatto. Ammaraggio in campo sotto la pioggia, esultanza sfrenata: Candreva aveva ucciso il mostro finale, un derby vinto è la panacea di tutti i mali.

Sarà così anche domenica? Mani giunte a mo’ di preghiera, i laziali lo sperano più di ogni altra cosa: perché da quel derby l’avventura di Candreva alla Lazio è stata un’escalation continua. Passando per il 26 maggio, il giorno della Storia e della Gloria, fino ad altre tre finali perse ma comunque disputate a riprova di una presenza costante nell’élite del calcio italiano e ad un terzo posto con l’avvento del Piolismo, Senza dimenticare il New Deal in Nazionale che riparte con Conte in panchina e l’esterno di Tor de’ Cenci come colonna portante di una squadra decisa a cancellare le delusioni brasiliane.

Tutto bellissimo fino al luglio scorso, quando dopo l’addio (momentaneo) di Mauri, l’ex romanista diventato idolo si aspettava si posasse sul suo braccio quella fascia di capitano che avrebbe riportato un romano ad indossarla a tempo pieno. La scelta di Lucas Biglia, alla vigilia della Supercoppa a Pechino, sorprese tutti: forse anche lo stesso argentino, che in conferenza stampa sembrava una liceale timida a X Factor. Per me è no, dissero Mandzukic e Dybala, e allora qualcuno cominciò a ripensarci seriamente.

A cosa? Ma alla storia della fascia, naturalmente: che Candreva disse di essersi messo alle spalle con enorme senso di responsabilità, ma non serve Jack Nicholson per capire che da allora qualcosa è cambiato, a guardare il campo. E il malumore, si sa, è un venticello ben più insinuante della calunnia: a guardarlo confabulare con Radu, dopo Lazio-Milan, l’impressione è che qualche mese fa, anche di fronte a un momento difficile, le esternazioni sulla mancanza di gioco e idee sarebbero rimaste dentro lo spogliatoio.

E allora mani giunte, testa fredda e cuore caldo per un derby temuto e atteso come non mai: chissà che non possa essere di nuovo catartico per un ex romanista, ex promessa mancata che non vuole certo diventare un ex idolo. E nella Sacra Laziale Chiesa un gol al derby vale l’indulgenza plenaria, nella speranza che una corsa sulla fascia, la sua fascia, riporti a Candreva quello che la fascia, la fascia altrui (mai indossata) gli ha tolto.

Fabio Belli

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